Il primo maggio sono iniziate la raccolta firme di Italia dei Valori per il referendum contro la privatizzazione dell’acqua, le Centrali Nucleari e la legge sul legittimo impedimento. Referendum di Civiltà nell’interesse del Bene Comune. Qui vorrei soffermarmi sul nesso “Privatizzazione dell’acqua e il riverbero sulla Città dei Cittadini”. Per sviluppare questo ragionamento parto da alcuni dati.
La denuncia della criticità del fabbisogno idrico del pianeta non si presta ad equivoci: oltre 2,4 miliardi di persone, ossia il 40% del pianeta, vivono in condizioni di scarsità d’acqua e 1,1 miliardo di persone sono prive di accesso ad acqua potabile igienicamente sana. Solo il 2, 53% dell’acqua della terra è potabile e di questa i due terzi è congelata nei ghiacciai perenni. L’1% disponibile per il consumo non soddisfa il fabbisogno globale conteso dall’agricoltura, dall’industria e dalla popolazione crescente. Mentre la domanda mondiale d’acqua raddoppia ogni ventuno anni, la fornitura media di acqua per persona calerà di un terzo nei prossimi 20 anni a causa dell’inquinamento, dell’incremento demografico e del cambiamento del clima.
È questa l’entità dell’emergenza con cui si sono misurati i circa 24.000 rappresentanti di 182 paesi che hanno partecipato al 3° forum mondiale dell’acqua che si è tenuto a Kyoto alcuni anni fa nominato dalle Nazioni Unite anno internazionale dell’acqua. Per l’area del Mediterraneo da qui al 2020 si prevede un aumento del consumo globale di acqua del 50% al nord e del 400% al sud.
Questo allarmante quadro di riferimento basterebbe da solo ad argomentare, senza alcuna altra spiegazione aggiuntiva, la più ferma opposizione a rinunciare al controllo pubblico delle riserve idriche strategiche della nostra città, non incrementabili nel medio periodo. Sarebbe come abbandonare il sistema previdenziale pubblico totalmente in mano ai privati, in un quadro di riduzione strutturale delle risorse previdenziali e d’innalzamento dell’età media. Chi potrebbe garantire la pensione al termine di una vita di lavoro in caso di errate speculazioni o di bancarotta delle società di previdenza privata? Se il Comune sarà costretto a privatizzare le sue fonti di approvvigionamento dell’acqua perderà l’unico strumento per tutelare l’interesse della città dall’inevitabile spinta speculativa all’aumento delle tariffe che il sicuro incremento della domanda comporta, generando a spese dei cittadini una rendita di posizione, in una situazione paradossale che combina la totale liberalizzazione del mercato al monopolio privato delle risorse.
Costretto dalla privatizzazione a cedere i propri impianti (invasi e non solo) che non richiederanno significativi investimenti per i prossimi 50 anni, il Comune di Genova sarà privato di una sicura fonte di utili a rendimento crescente senza alcun rischio d’impresa. Per contro, il Comune rimarrebbe proprietario di una rete distributiva fatiscente, con un secondo sicuro effetto contro natura: quello di pubblicizzare il rischio d’impresa e le perdite. Perdite di acqua superiori al 40% causate dall’obsolescenza della rete a cui si aggiunge la dissipazione dagli spandenti degli impianti a bocca tassata: ad esempio per ogni litro di acqua che esce dall’invaso del Brugneto meno di mezzo litro viene utilizzato dai genovesi.
Non si venga a raccontare che IRIDE o la nuova società che verrà, se ne assumerà comunque l’impegno, in quanto società di proprietà pubblica, perché non lo ha fatto in maniera sistematica quando era municipalizzata e se la privatizzazione è reale non ci sono patti politici che possano imporle finalità sociali a dispetto delle leggi di mercato: l’azienda parteciperà, doverosamente, con i suoi competitori, al banchetto dell’incremento tariffario trascinato dall’aumento della domanda, scaricando direttamente sulle tariffe ogni eventuale richiesta di ammodernamento della rete.
La condizione perché i genovesi (ma anche tutti i cittadini italiani) non siano lasciati con l’acqua alla gola è che sia direttamente il Comune a garantire la corretta gestione delle risorse idriche della città, assicurandosi con il loro controllo il potere di dettare le condizioni per far fronte all’emergenza idrica dei prossimi anni.
Le strategie per rispondere alla sfida sono chiaramente delineate dalla conferenza di Kyoto e riguardano:
lo sviluppo dei sistemi di depurazione e di recupero delle acque;
· la bonifica e l’aumento del rendimento delle reti attraverso la loro riqualificazione, il controllo sulla qualità e sul risparmio delle risorse;
· le politiche tariffare e la gestione delle riserve idriche differenziate per usi per supportare i primi due obiettivi strategici.
La strada che il Governo Berlusconi propone con la privatizzazione, renderebbe il Comune totalmente incapace di tutelare gli interessi della città per far fronte ai primi due obiettivi e lascerebbe ai privati il totale controllo sulle tariffe, sui ricavi e sulla destinazione degli utili ad altri fini più remunerativi.
Basterebbero solo queste riflessioni per capire perché i cittadini farebbero bene a recarsi in massa ai banchetti per firmare il referendum promosso da IDV. E mi aspetterei che le Regioni, le Province e i Comuni di colore diverso da quello del Governo si facessero promotori di un cartello contro la privatizzazione dell’acqua. In fondo non farebbero altro che gli interessi dei loro amministrati.
Prof. Salvatore Ottavio Cosma
Responsabile Regionale Dipartimenti Tematici IDV
Genova, 2 maggio 2010