La politica abbandona la scuola?
Le scuole pubbliche in Italia sono sottoposte ad un’energica cura dimagrante su tutti i fronti: orari, offerta formativa, pulizia e manutenzione, materiali didattici, sostituzioni in casi di assenza. La cosa riguarda soprattutto la scuola, dall’obbligo all’università ma tocca anche le scuole materne.
Il tempo pieno alle elementari è stato ridotto, soprattutto in quelle regioni in cui viceversa una forte, qualificata, temporalmente consistente offerta formativa sarebbe più necessaria per contrastare gli effetti, sullo sviluppo cognitivo e delle competenze dei bambini e ragazzi, del disagio e della povertà. La Gelmini toglie il fieno agli studenti. Ne intruppa trenta per classe con punte di trentacinque/trentasette in molte città. La nostra ministra elimina gli insegnanti precari, ma trasforma gli allievi in precari. Da tutta Italia si eleva un rumore sordo prima ancora che si cominci. C’è un malessere distribuito in tutti i provveditorati, i presidi si sentono accerchiati, gli insegnanti abbandonati, i genitori trascurati come inetti e diseducativi verso i propri figli. Non ci vuole una scienza per spiegare che più basso è il numero dei ragazzi è più alta è la resa, più felice e più produttivo è il rapporto tra insegnanti e allievi. Stiamo parlando della didattica complessiva, vale a dire della formazione della classe dirigente italiana, del capitale umano di una nazione. Non è come vuol far credere la Gelmini, un problema di politica scolastica, dove ad un modello umanistico, fondato sulla filosofia e l’italiano, se ne contrappone uno aziendalistico fondato sulla matematica e l’inglese. Il punto è che nessun modello può sopravvivere all’assenza di insegnanti. Pazienza se qualche docente si ammala un po’ a lungo, o se per disgrazia un’insegnante decide di avere un figlio. I colleghi faranno i turni di presenza per coprire le classi rimaste scoperte, con quali esiti formativi per gli studenti è immaginabile.
La verità è che la scuola è diventata una spesa improduttiva e la cultura ragioneristica del governo sta rivelando tutta la sua miopia. Altro che scontro tra destra e sinistra, tra sessanttortardi e postmoderni. Altro che insegnanti precari strumentalizzati dalla politica e snobbati dalla Gelmini.
La scuola italiana è oggi il terreno sul quale verificare almeno due grandi questioni che riguardano certo la scuola, ma, più in generale, il modo in cui abbiamo deciso debba funzionare la cosa pubblica nel nostro Paese. Innanzitutto, chi comanda nella scuola italiana e, in secondo luogo, che ne è della libertà individuale, e dunque della possibilità di distinguere e riconoscere il merito, in una situazione nella quale gli insegnanti sono diventati ostaggio delle burocrazie ministeriali e degli apparati sindacali?
Non è un caso se la scuola è scomparsa dal discorso pubblico del nostro Paese. Se le decisioni sulla scuola le prendono corpi burocratici che sono al riparo dal giudizio pubblico, i cittadini smettono semplicemente di occuparsene, perché sono spogliati di qualsiasi possibilità di determinare l’indirizzo della politica scolastica. Nell’Italia del Novecento, la scuola è stata un tema centrale della battaglia delle idee. Oggi non c’è uno straccio d’intellettuale giovane che pensi di farsi le ossa discutendo i suoi temi salienti.
Molta della debolezza attuale degli insegnanti dipende da questo isolamento della scuola. Dalla separazione, che è una vera e propria frattura, tra scuola e cultura militante.
Senza decisione politica non c’è nemmeno selezione. L’assenza di norme per il reclutamento degli insegnanti hanno infatti significato l’abolizione pura e semplice di qualsiasi criterio di merito nella scelta degli aspiranti professori. Non si fanno più esami. In questi anni però, è bene ricordarlo, le immissioni in ruolo ci sono state e sono state massicce, solo che sono avvenute sulla base di puri meccanismi burocratici: ci sono le graduatorie e ci sono i punteggi. Per i punteggi ci vogliono i titoli e questi si ottengono partecipando ad un corso abilitante che è istituito e governato sulla base di accordi territoriali tra uffici scolastici regionali, organizzazioni sindacali, università.
Per non parlare dei passaggi interni: dalle materne alle elementari, da qui alle medie e alle superiori, ogni anno si determina una significativa ridislocazione di forze all’interno del sistema scolastico che è sottratta a qualsiasi controllo che non sia quello di natura amministrativa.
Ora, chi ha le mani sui meccanismi di funzionamento di questo apparato controlla di fatto gli insegnanti, potendo decidere delle loro carriere. Si capisce allora come l’abolizione della selezione sia funzionale alla gestione del corpo docente come una massa indistinta. Su questa massa si edifica il potere delle burocrazie. E si capisce anche perché gli insegnanti siano diventati in questi anni sempre più anonimi.
C’è un dato politico che emerge subito e riassume il senso della nostra iniziativa. Gli insegnanti sono oggi privi di vincoli associativi, non hanno luoghi in cui ritrovarsi. Non esprimono una voce pubblica indipendente dai sindacati ai quali sono stati di fatto abbandonati dal disinteresse della politica. Trattati come un gruppo indifferenziato, gli insegnanti perdono la capacità di difendere con la propria autonomia il ruolo della scuola come istituzione nazionale.
Insistere sulla dignità culturale dei docenti significa invece lavorare alla formazione di una nuova loro identità. Perché solo un’adeguata costruzione simbolica è in grado di sostenere una rinnovata soggettività politica del mondo della scuola. Ma per fare questo gli insegnanti hanno bisogno di ritrovarsi, di stabilire collegamenti, di occasioni e luoghi della discussione pubblica. È questa la scommessa sulla quale ci si gioca il futuro della nostra scuola e, in ultima analisi, dei nostri figli.